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LE REGOLE PER INVESTIRE IN RUSSIA - OLTRE LE SANZIONI

30/01/2017

Lo sviluppo della produzione in loco per sostituire le importazioni può trasformare il mercato. Fondi statali e benefici fiscali per chi rafforza la presenza nel Paese, con il certificato "Made in Russia".

I russi hanno trasformato le sanzioni imposte dall’Occidente in opportunità, dobbiamo farlo anche noi: rispondendo con un cambiamento di mentalità al nuovo modello che ora incoraggia e agevola la produzione in loco, lasciando però una possibilità di partecipazione alle aziende straniere disposte a consolidare la propria presenza in Russia. È questo, in sintesi, l’invito nato da un seminario su “Export e investimenti in Russia”, organizzato a Milano dalla Camera di Commercio Italo-Russa e dallo studio legale De Berti Jacchia Franchini Forlani. «Sostituire le importazioni - spiega Ferdinando Pelazzo, rappresentante di UBI Banca a Mosca - in Russia è diventato una sorta di slogan, e in alcuni settori - faccio l’esempio delle valvole per oil and gas - o produci in loco o stai fuori dal mercato. Lo stesso avviene per la mozzarella: anche se togliessero l’embargo domani, dubito che chi produce formaggi potrebbe tornare a esportarli. Un altro esempio: il settore farmaceutico. È bene cominciare a pensarci».


Una nuova normativa
Lo stesso Vladimir Putin, del resto, sottolinea spesso che le controsanzioni (l’embargo con cui il Cremlino ha risposto alle restrizioni di Europa e Stati Uniti) in realtà puntano ad accelerare lo sviluppo imprenditoriale russo: «In teoria - riflette Armando Ambrosio, rappresentante dello studio De Berti Jacchia a Mosca - non è detto che le controsanzioni verranno necessariamente rimosse».
Un motivo in più per esaminare le opportunità di investimento rappresentate dalla localizzazione, la nuova normativa che la sostiene, il sostegno finanziario previsto dallo Stato russo e le possibilità di accesso alle agevolazioni previste per un’azienda straniera, in un sistema che dà la priorità alle merci locali.
Un aspetto essenziale per ottenere questo trattamento preferenziale, spiega Ambrosio, è poter dimostrare che in Russia mancano o non sono sufficienti i prodotti equivalenti al proprio: un prodotto del quale, nello stesso tempo, c’è necessità. I settori considerati prioritari, in cui i russi auspicano investimenti da parte degli stranieri per incentivare la produzione locale, sono meccanica, agroalimentare, medicale e farmaceutica, automotive. Una lista che potrebbe essere ampliata: «Si tratta di una trasformazione epocale - dice Ambrosio - che impone di iniziare a ragionare non più solo in termini di export». Il focus è sul “made in Russia” che è anche “made with Russia”, la possibilità di produrre con un partner locale.

I vantaggi del Contratto
Il certificato “made in Russia”, continua Ambrosio, viene dato dal ministero del Commercio e dell’Industria in un arco di 6/40 giorni. E dà diritto a ricevere fondi statali o benefici fiscali. Il contratto di investimento speciale che sta alla base della nuova normativa, spiega Oksana Ermakova, si può concludere a livello federale, regionale o locale: «È un accordo tra Stato, regioni ed entità russe, e gli investitori stranieri. È considerato vantaggioso per entrambe le parti, e prevede vantaggi fiscali e commerciali dal punto di vista delle merci prodotte, oltre ad altri tipi di incentivi». Per le autorità pubbliche gli obblighi principali sono garantire le condizioni fiscali migliori e stimolare l’industria, mentre per chi investe resta l’obbligo di istituire, modernizzare o sviluppare la produzione entro un tempo specificato. Per l’investitore, il vantaggio principale sono gli incentivi fiscali, le regole del gioco chiare e la garanzia che le condizioni del contratto non cambieranno in caso di cambiamenti nella sfera geopolitica.
È da tenere conto che se il sistema privilegia investimenti di una certa consistenza (a livello federale l’ammontare minimo è pari a 3 miliardi di rubli (47 milioni di euro), in una joint venture l’importo non è necessariamente a carico del partner italiano: «Ai russi interessa il know-how per iniziare la produzione - spiega Ambrosio -, e per questo sono disposti a pagare, a entrare in società anche con una quota di investimento minimo». Che naturalmente comporta però la definizione di forme di protezione delle tecnologie trasferite.

Fonte: Il Sole 24 ore, 20 gennaio 2017


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